Articolo scritto dall’architetto Maurizio Zanellato – Restauriamo Casa
Quando parliamo di ristrutturazione edilizia a Padova, siamo abituati a pensare soprattutto alla trasformazione di un appartamento o di una casa esistente: una distribuzione interna più contemporanea, impianti efficienti, maggiore comfort, nuovi materiali e una diversa relazione tra gli ambienti. Negli ultimi anni, però, sta cambiando qualcosa di più profondo. Non stiamo modificando soltanto le case: sta cambiando il modo in cui alcune persone scelgono di abitarle.
Coliving e cohousing nascono proprio all’interno di questa trasformazione. Sono termini che vengono spesso utilizzati insieme e qualche volta anche confusi, ma descrivono modelli differenti accomunati da un’idea: ridurre la rigida separazione tra spazio completamente privato e spazio collettivo, creando abitazioni nelle quali alcune funzioni possono essere condivise.
Come architetto trovo il tema interessante soprattutto per un motivo. Non credo abbia molto senso chiedersi semplicemente se coliving e cohousing siano una moda o “la casa del futuro”. La domanda progettualmente più utile è un’altra: possono diventare strumenti per recuperare meglio una parte del patrimonio edilizio esistente di Padova?
La risposta, secondo me, è sì, ma soltanto a determinate condizioni. Perché trasformare un grande appartamento, un edificio sottoutilizzato o un immobile con una precedente funzione in uno spazio realmente adatto alla condivisione è molto più complesso che aumentare il numero delle camere e aggiungere qualche servizio comune.
Coliving e cohousing: due modi differenti di interpretare l’abitare condiviso
Coliving e cohousing vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma descrivono modelli differenti. Nel coliving lo spazio abitativo è generalmente organizzato attraverso una parte privata, che può essere costituita da una camera o da una piccola unità autonoma, affiancata da una serie di ambienti e servizi comuni: cucina, soggiorno, lavanderia, aree di lavoro, terrazze, giardini o altri spazi destinati alla socialità.
Il cohousing, invece, tende a mantenere una maggiore autonomia delle singole abitazioni e affianca ad esse servizi e ambienti condivisi. Spesso nasce inoltre da una dimensione comunitaria più intenzionale, nella quale gli abitanti partecipano alla definizione delle modalità di utilizzo degli spazi e alla vita collettiva.
La differenza non è soltanto terminologica. Dal punto di vista architettonico cambia il rapporto tra spazio privato e spazio comune, cambiano gli impianti, la distribuzione, l’intensità d’uso, le necessità acustiche e la quantità di servizi necessari. Proprio per questo un progetto di abitare condiviso non può essere affrontato semplicemente aumentando il numero delle camere all’interno di un edificio esistente.
A Padova il tema non è più soltanto teorico. Il Comune porta avanti dal 2023 un progetto di coabitazione intergenerazionale, nato anche in risposta alla domanda di alloggi accessibili da parte degli studenti fuori sede e arrivato nel 2026 alla quarta edizione. È un’esperienza diversa dal cohousing progettato ex novo, ma significativa perché dimostra come il tema della condivisione dell’abitare sia già entrato concretamente nelle politiche della città. Progetto di coabitazione intergenerazionale del Comune di Padova.
Ristrutturazione edilizia Padova: recuperare ciò che esiste invece di continuare a consumare suolo
Uno degli aspetti che trovo più interessanti del coliving e del cohousing riguarda il loro possibile rapporto con il patrimonio edilizio esistente. Prima di immaginare nuovi edifici, possiamo chiederci se una parte delle esigenze abitative contemporanee possa essere soddisfatta riutilizzando meglio immobili già costruiti.
La questione non è secondaria. Il consumo di suolo continua a rappresentare un problema rilevante in Italia e ISPRA monitora annualmente l’incremento delle superfici artificiali e la perdita delle funzioni naturali del terreno. Il Rapporto 2025 indica che nel 2024 il consumo netto di suolo in Italia ha superato i 78 chilometri quadrati, il valore più elevato dell’ultimo decennio. Dati ISPRA sul consumo di suolo.
Anche la pianificazione urbanistica padovana ha assunto da tempo tra i propri obiettivi la rigenerazione dello spazio costruito e il contenimento del consumo di suolo. Le linee guida comunali per il Piano degli Interventi richiamano espressamente la rigenerazione urbana sostenibile, l’inclusione sociale e l’arresto del consumo di suolo come obiettivi della trasformazione della città. Linee guida urbanistiche del Comune di Padova.
In questa prospettiva la ristrutturazione edilizia a Padova può diventare qualcosa di più della modernizzazione di un singolo appartamento. Un grande alloggio sottoutilizzato, un edificio nato per una funzione che non risponde più alle esigenze attuali o un immobile con distribuzioni ormai superate possono diventare occasioni per sperimentare modi diversi di abitare, purché la trasformazione sia urbanisticamente e tecnicamente possibile.
Il Testo Unico dell’Edilizia definisce la ristrutturazione edilizia proprio come un insieme sistematico di opere capace di trasformare l’organismo edilizio, anche mediante modifica, eliminazione e inserimento di nuovi elementi e impianti. Non significa naturalmente che ogni conversione sia automaticamente ammessa: destinazioni d’uso, norme urbanistiche, requisiti igienico-sanitari, eventuali vincoli e caratteristiche specifiche dell’immobile devono sempre essere verificati.
Riqualificare significa utilizzare meglio i metri quadrati già disponibili
Molti appartamenti costruiti tra gli anni Cinquanta e Ottanta sono stati progettati secondo modelli familiari e abitudini molto differenti da quelli attuali. Corridoi lunghi, stanze separate rigidamente, cucine di dimensioni ridotte, ingressi molto ampi e ambienti che oggi risultano difficili da utilizzare possono rappresentare un limite, ma anche una grande opportunità progettuale.
La riqualificazione non dovrebbe consistere nel comprimere il maggior numero possibile di funzioni all’interno dello stesso volume. Dovrebbe invece partire da una lettura critica dello spazio: capire quali superfici siano realmente utilizzate, quali possano essere redistribuite e quali caratteristiche dell’edificio meritino di essere mantenute e valorizzate.
Nel caso di un’abitazione condivisa questo ragionamento diventa ancora più importante. Eliminare un corridoio può consentire di ottenere un soggiorno comune migliore; ripensare la posizione di una cucina può liberare una zona più luminosa; utilizzare correttamente un ingresso può creare uno spazio di filtro tra dimensione privata e collettiva.
È lo stesso principio che applichiamo quando affrontiamo il tema di come ripensare gli spazi interni: prima di aggiungere funzioni, bisogna capire se la distribuzione esistente utilizzi davvero bene la superficie disponibile.
Accessibilità e inclusività: progettare spazi capaci di accogliere persone diverse
Un progetto contemporaneo di abitare condiviso dovrebbe affrontare seriamente anche il tema dell’accessibilità. Se coliving e cohousing vogliono proporsi come modelli capaci di accogliere studenti, professionisti, famiglie, persone anziane o utenti con esigenze differenti, non possono essere progettati immaginando un unico tipo di abitante.
Accessibilità non significa soltanto inserire una rampa quando esistono dei gradini. Significa ragionare su larghezza e continuità dei percorsi, utilizzo dei bagni, facilità di movimento negli spazi comuni, disposizione degli arredi, raggiungibilità delle funzioni e possibilità che un ambiente possa adattarsi nel tempo a esigenze diverse.
La normativa italiana disciplina il superamento delle barriere architettoniche negli edifici privati attraverso la Legge 13/1989 e il DM 236/1989, che definisce i criteri di accessibilità, visitabilità e adattabilità. L’applicazione concreta dipende naturalmente dal tipo di intervento e dall’edificio interessato, ma questi principi rappresentano un riferimento progettuale importante anche quando la normativa non impone la trasformazione totale dell’esistente. DM 236/1989 – Gazzetta Ufficiale.
In un cohousing intergenerazionale questo aspetto diventa ancora più evidente. Progettare una casa che possa essere utilizzata comodamente anche da una persona anziana o con ridotta mobilità non significa rinunciare alla qualità architettonica; significa incorporare fin dall’inizio caratteristiche che rendono lo spazio più facile da vivere per tutti.
La luce naturale come vera materia di progetto
Uno degli errori che vedo più frequentemente quando si ridistribuisce un grande appartamento consiste nel ragionare esclusivamente attraverso i metri quadrati. Si tracciano nuove pareti, si verifica che le superfici minime siano rispettate e si considera il lavoro sostanzialmente concluso. Ma una stanza non è soltanto la sua superficie: è anche orientamento, proporzione, rapporto con le finestre, vista e quantità di luce che riceve durante la giornata.
Nel coliving questo problema può diventare ancora più evidente perché la ricerca di un maggior numero di ambienti rischia di sacrificare proprio la qualità delle zone comuni. Una cucina o un soggiorno condiviso collocati nella parte più buia dell’appartamento soltanto perché “avanzavano” quei metri quadrati difficilmente diventeranno spazi nei quali le persone avranno piacere di trascorrere tempo.
La luce naturale dovrebbe quindi essere utilizzata come criterio per costruire la gerarchia degli ambienti. Le zone nelle quali più persone trascorrono parte della giornata meritano una posizione privilegiata, mentre corridoi, depositi e locali di servizio possono occupare le parti meno favorevoli dell’edificio.
Naturalmente lavorare sull’esistente significa confrontarsi con limiti reali: strutture, facciate, vincoli, rapporti aeroilluminanti e configurazione delle aperture non possono essere modificati liberamente. Proprio per questo il progetto deve saper ottenere il massimo da ciò che l’edificio mette a disposizione, evitando di considerare le finestre come elementi da inserire soltanto alla fine nella pianta.
Materiali: estetica, resistenza e qualità d’uso quotidiano
In un’abitazione condivisa i materiali vengono normalmente sottoposti a un utilizzo più intenso rispetto a quello di una casa abitata da una sola famiglia. Pavimenti, piani di lavoro, porte, rivestimenti, bagni e superfici comuni devono quindi essere scelti tenendo conto non soltanto dell’estetica ma anche di durabilità, manutenzione, facilità di pulizia e possibilità di riparazione.
Questo non significa trasformare il coliving in un ambiente impersonale o utilizzare esclusivamente prodotti tecnici. Al contrario, materiali naturali, legno, superfici minerali, ceramiche e finiture materiche possono dare grande qualità agli spazi, purché vengano scelti conoscendone comportamento e modalità d’uso.
Quando progettiamo una ristrutturazione cerchiamo sempre di evitare due estremi: il materiale delicatissimo scelto soltanto perché bello in fotografia e la soluzione “indistruttibile” che rende gli ambienti freddi e anonimi. La qualità nasce dall’equilibrio tra prestazione tecnica e identità dello spazio.
Anche per questo i materiali devono essere scelti all’interno del progetto e non successivamente, quando distribuzione e dettagli costruttivi sono ormai definiti. Spessori, giunti, sistemi di posa e relazione con gli impianti incidono sul risultato tanto quanto il colore o la texture della superficie.
Comfort acustico e termico: ciò che non si vede può determinare la qualità dell’abitare
Se dovessi individuare uno degli aspetti più sottovalutati nella progettazione di un’abitazione condivisa, probabilmente sceglierei l’acustica.
Persone diverse hanno orari differenti. C’è chi lavora da casa, chi rientra tardi, chi studia, chi cucina, chi ascolta musica e chi desidera semplicemente riposare. Se pareti, porte, attraversamenti impiantistici e solai non vengono studiati con attenzione, la condivisione può rapidamente trasformarsi in conflitto.
Per questo comfort acustico e privacy sono strettamente collegati. Non basta che una camera abbia una porta: deve realmente offrire a chi la utilizza la possibilità di separarsi dagli spazi comuni.
Lo stesso vale per il comfort termico. In un immobile con un numero elevato di utenti, ambienti utilizzati in momenti diversi e carichi interni differenti, la progettazione degli impianti deve essere coerente con il reale funzionamento della casa. Temperatura, ventilazione e qualità dell’aria non possono essere affrontate semplicemente replicando le soluzioni che utilizzeremmo in un piccolo appartamento familiare.
Sostenibilità energetica: abitare bene consumando meno
La sostenibilità di un progetto non dipende soltanto dalla presenza di pannelli fotovoltaici o da un impianto di ultima generazione. Inizia molto prima, dalla decisione di recuperare un edificio esistente, utilizzarne meglio gli spazi e ridurne progressivamente consumi e necessità di manutenzione.
Una ristrutturazione edilizia a Padova può diventare quindi l’occasione per valutare insieme involucro, serramenti, impianti, produzione di energia, ventilazione e modalità d’uso dell’edificio. Non esiste però una soluzione uguale per tutti: ciò che funziona in una casa indipendente può essere inapplicabile in un appartamento condominiale o in un edificio storico.
ENEA sottolinea da tempo l’importanza di un approccio integrato alla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio, nel quale gli interventi vengono valutati a partire dalle caratteristiche effettive dell’edificio. ENEA – Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici.
Su Restauriamo Casa abbiamo affrontato lo stesso principio nell’approfondimento sulla riqualificazione energetica a Padova, spiegando perché cappotto, serramenti, fotovoltaico e impianti debbano essere valutati caso per caso e non come soluzioni automatiche.
Spazi che favoriscono le relazioni: il vero cuore del progetto
È probabilmente questo l’aspetto che rende coliving e cohousing realmente differenti da una semplice abitazione suddivisa tra più persone.
Gli spazi comuni non sono ciò che rimane dopo aver ricavato le stanze private. Sono una delle ragioni stesse per cui questo modello abitativo può funzionare.
Se progettiamo un grande appartamento ricavando sei camere perfettamente dimensionate e lasciando come soggiorno una stanza residuale, poco luminosa e attraversata continuamente dai percorsi verso gli altri locali, non abbiamo progettato un coliving: abbiamo semplicemente organizzato una locazione con alcuni servizi in comune.
Gli spazi condivisi devono invece avere una propria qualità architettonica e una funzione riconoscibile. Devono consentire alle persone di incontrarsi senza obbligarle continuamente alla convivenza e offrire occasioni differenti: mangiare insieme, lavorare, leggere, conversare, stare all’aperto o semplicemente trascorrere del tempo fuori dalla propria camera.
La progettazione deve quindi lavorare su una sorta di gradiente della privacy: dallo spazio completamente personale della camera agli ambienti comuni più dinamici, passando eventualmente attraverso zone intermedie nelle quali ci si possa incontrare senza essere necessariamente al centro della vita collettiva.
È proprio qui che l’architettura può fare la differenza, perché le relazioni non si progettano, ma si possono progettare spazi che rendano più naturale la possibilità che nascano.
La cucina come centro sociale della casa
Tra tutti gli ambienti comuni, la cucina è probabilmente quello che richiede il lavoro più attento. In molte case tradizionali è stata progettata per una o due persone; in un coliving può essere utilizzata contemporaneamente da quattro, cinque o più abitanti con abitudini differenti.
Non basta quindi aumentare la lunghezza del piano di lavoro.
Bisogna studiare i percorsi, evitare che frigorifero, lavello e zona cottura creino continue interferenze, prevedere superfici realmente disponibili per più persone e organizzare correttamente dispense e contenitori. Anche la raccolta differenziata, apparentemente un dettaglio poco interessante dal punto di vista architettonico, cambia completamente scala quando l’abitazione viene utilizzata da molte persone.
Mi interessa però soprattutto il rapporto tra cucina e spazio conviviale. Una cucina condivisa può diventare il luogo nel quale le persone si incontrano spontaneamente proprio perché preparare e consumare il cibo è una delle poche attività domestiche che attraversa quotidianamente la vita di tutti.
Per questo la vedrei meno come un locale tecnico e più come un vero centro sociale della casa, capace di dialogare con il tavolo, il soggiorno e, quando possibile, con uno spazio esterno. Un ambiente sufficientemente ampio per essere utilizzato da più persone, ma progettato in modo che chi deve soltanto prepararsi rapidamente qualcosa non sia costretto a partecipare a ogni momento collettivo.
Sale multifunzionali: spazi che moltiplicano le possibilità
Non tutti gli immobili hanno superficie sufficiente per prevedere una stanza comune destinata esclusivamente a una funzione. È qui che diventa interessante lavorare sulla multifunzionalità.
Una sala può essere utilizzata come spazio di coworking durante la giornata, diventare area studio nel pomeriggio e ospitare una cena, una riunione o una proiezione la sera. Ma perché questa flessibilità funzioni realmente non basta chiamare una stanza “polifunzionale” sulla planimetria.
Bisogna progettare arredi facilmente riconfigurabili, illuminazione capace di adattarsi ad attività differenti, un numero adeguato di prese, connettività, acustica e sistemi di contenimento che permettano di modificare l’uso dell’ambiente senza trasformare ogni volta l’operazione in un trasloco.
La multifunzionalità è particolarmente interessante negli edifici esistenti perché permette di aumentare la qualità dell’offerta abitativa senza moltiplicare necessariamente le superfici. Un metro quadrato utilizzato bene in momenti diversi della giornata può avere più valore di uno spazio dedicato a una singola funzione e utilizzato soltanto poche ore alla settimana.
Giardini e terrazze: oasi urbane condivise
Quando un immobile dispone di un cortile, di un giardino o di una terrazza, questi spazi possono diventare una parte fondamentale del progetto e non semplicemente un’appendice dell’edificio.
In una città densa, poter uscire all’aperto senza abbandonare la propria abitazione rappresenta una qualità importante. In un contesto condiviso lo diventa ancora di più perché lo spazio esterno può accogliere attività che all’interno genererebbero interferenze: mangiare insieme, leggere, lavorare, incontrarsi o semplicemente avere un luogo nel quale trascorrere del tempo senza occupare il soggiorno comune.
Anche qui, però, occorre progettare. Un cortile pavimentato completamente e riempito con qualche arredo non diventa automaticamente un luogo piacevole. Ombra, verde, permeabilità del suolo, illuminazione, privacy rispetto agli edifici vicini e manutenzione devono essere considerati insieme.
Il recupero di questi spazi ha inoltre un valore urbano. Un cortile trascurato o utilizzato soltanto come deposito può tornare a essere una parte vitale dell’edificio, migliorando non soltanto l’esperienza degli abitanti ma anche la relazione dell’immobile con il proprio contesto.
Progettare per le persone, non per massimizzare le camere
La pressione economica può spingere verso un ragionamento molto semplice: se ogni camera produce un ricavo, più camere riusciamo a ottenere e migliore sarà l’investimento.
Architettonicamente è una conclusione pericolosa.
Esiste una soglia oltre la quale l’aumento degli spazi privati riduce talmente la qualità dei servizi comuni da rendere l’intero progetto meno interessante. Camere insufficientemente illuminate, bagni sottodimensionati, assenza di depositi, cucine congestionate e soggiorni residuali producono un’abitazione che può essere redditizia sulla carta ma poco piacevole da vivere.
Il punto di equilibrio va quindi individuato prima attraverso il progetto e poi verificato economicamente, non viceversa.
Questo significa anche evitare affermazioni automatiche sulla redditività del coliving. A Padova la presenza dell’Università e di una domanda abitativa articolata rende il tema sicuramente interessante, ma la convenienza dipende dalla zona, dalle caratteristiche dell’immobile, dal costo dei lavori, dal livello dei servizi offerti e dal tipo di gestione previsto.
Condividere per consumare meno risorse, non soltanto meno spazio
Uno dei principi più interessanti dell’abitare condiviso è che alcune risorse possono essere utilizzate collettivamente invece di essere duplicate.
Una lavanderia ben progettata può ridurre il numero di elettrodomestici necessari; una sala comune può sostituire diversi piccoli ambienti privati utilizzati soltanto occasionalmente; uno spazio di coworking condiviso può evitare di dover ricavare una postazione completa in ogni camera.
Questo non significa che ogni forma di condivisione generi automaticamente un risparmio. Molto dipende dalle abitudini degli abitanti e dalla gestione dell’edificio. Ma il progetto può creare le condizioni affinché spazi, impianti e attrezzature vengano utilizzati in maniera più razionale.
È una forma di sostenibilità meno spettacolare del pannello fotovoltaico, ma progettualmente molto interessante: non produrre semplicemente più energia per alimentare un modello inefficiente, ma chiedersi prima se alcune risorse possano essere necessarie in quantità minore.
Il consiglio dell’architetto
Se state valutando la trasformazione di un grande appartamento, di una casa o di un edificio in una forma di coliving o cohousing, il primo disegno che vi consiglio di fare non è quello con il maggior numero possibile di camere.
Provate invece a descrivere una giornata reale degli abitanti. Immaginate cosa accade alle otto del mattino quando più persone devono utilizzare bagno e cucina, cosa succede nel pomeriggio se qualcuno lavora da casa mentre un altro riceve amici, dove può andare chi desidera silenzio e dove può fermarsi chi invece vuole stare con gli altri.
Poi guardate la pianta.
Se il progetto funziona soltanto quando gli abitanti utilizzano gli spazi uno alla volta, significa che stiamo progettando una casa teorica e non una casa condivisa.
La qualità del coliving, secondo me, nasce proprio da questo equilibrio: creare occasioni di relazione senza trasformare la relazione in un obbligo.
Il Metodo Restauriamo Casa applicato a un progetto di coliving o cohousing
Un intervento di questo tipo rappresenta molto bene il modo in cui intendiamo il Metodo Restauriamo Casa, perché rende evidente quanto sia rischioso partire direttamente dalle opere senza avere prima compreso l’immobile e l’obiettivo della trasformazione.
La prima fase riguarda quindi l’analisi preliminare: rilievo, documentazione, stato dell’edificio, destinazioni d’uso, impianti, criticità costruttive e possibilità reali di trasformazione. Se l’immobile deve ancora essere acquistato, questo lavoro può iniziare ancora prima del rogito, come abbiamo spiegato nell’articolo dedicato alla verifica tecnica prima di comprare casa a Padova.
Successivamente bisogna comprendere quali persone immaginiamo possano utilizzare l’edificio e quali servizi siano realmente utili. Solo a quel punto ha senso sviluppare la distribuzione, studiando contemporaneamente privacy, spazi comuni, luce, comfort acustico, accessibilità, materiali e impianti.
Il progetto viene poi tradotto in lavorazioni definite e costi verificabili, perché una trasformazione interessante sulla carta ma incompatibile con il budget non rappresenta una soluzione. La fase esecutiva richiede infine il coordinamento delle figure coinvolte e una direzione lavori capace di mantenere coerenza tra ciò che è stato progettato e ciò che viene realizzato.
È lo stesso principio che utilizziamo nelle nostre ristrutturazioni complete a Padova e provincia: conoscere prima l’immobile, sviluppare il progetto con consapevolezza, definire le lavorazioni e portare in cantiere il minor numero possibile di decisioni irrisolte.
Conclusioni: coliving e cohousing possono diventare parte della trasformazione di Padova?
Non credo che coliving e cohousing sostituiranno l’abitazione tradizionale e non penso nemmeno che questo debba essere l’obiettivo. La città funziona proprio perché riesce a ospitare modi di vivere differenti: famiglie, persone sole, studenti, anziani, professionisti, comunità temporanee e nuclei che cambiano nel tempo.
Questi modelli hanno però il merito di porre una domanda importante: stiamo utilizzando nel modo migliore gli edifici che possediamo già?
Una ristrutturazione edilizia Padova orientata al recupero può trasformare immobili sottoutilizzati, migliorare l’efficienza degli edifici, rendere accessibili spazi che non lo erano, ridurre la pressione verso nuova edificazione e creare ambienti capaci di rispondere a esigenze abitative nuove. Non sarà la soluzione corretta per ogni edificio, ma in alcuni casi può rappresentare un’alternativa concreta alla semplice riproposizione dei modelli abitativi del passato.
Il valore più interessante di coliving e cohousing, dal mio punto di vista, non sta quindi nella parola nuova con cui vengono presentati, ma nella possibilità di ripensare la relazione tra spazio privato, spazio condiviso ed edificio esistente.
È una riflessione che riguarda l’architettura, ma anche il modo in cui immaginiamo la città. Recuperare anziché consumare nuovo suolo, progettare spazi più inclusivi, migliorare luce e comfort, utilizzare meglio energia e risorse e creare luoghi nei quali le relazioni possano nascere naturalmente sono obiettivi che hanno senso anche al di là del coliving.
Ed è forse proprio questo il contributo più interessante che questi nuovi modi di abitare possono dare alla ristrutturazione edilizia a Padova.
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Attraverso il Metodo Restauriamo Casa seguiamo l’analisi preliminare, la progettazione architettonica, la definizione delle lavorazioni e dei costi, gli aspetti tecnici e amministrativi e la successiva gestione del cantiere, coordinando le diverse figure coinvolte.
Un progetto di coliving, cohousing o più in generale di ristrutturazione edilizia a Padova non dovrebbe partire dalla domanda “quanti spazi possiamo ricavare?”, ma dalla capacità di capire quale nuova qualità possiamo dare a un edificio che esiste già.




