Articolo scritto dall’architetto Maurizio Zanellato
Negli ultimi anni abbiamo imparato a osservare gli effetti del cambiamento climatico non più come fenomeni lontani, ma attraverso ciò che accade direttamente nelle nostre città: periodi prolungati di siccità si alternano a precipitazioni molto concentrate, le temperature estive diventano più difficili da gestire e superfici urbane sempre più impermeabili faticano ad assorbire quantità elevate di acqua in tempi ridotti. È una condizione che mette in discussione un modello di sviluppo urbano costruito per decenni sull’idea di raccogliere l’acqua piovana il più velocemente possibile e allontanarla attraverso caditoie, tubazioni e reti di drenaggio.
Il concetto di città spugna a Padova parte da un principio quasi opposto: invece di considerare l’acqua meteorica esclusivamente come qualcosa da smaltire, prova a trattenerla, rallentarla, infiltrarla dove le condizioni del terreno lo consentono e, quando possibile, recuperarla. Non significa eliminare le reti tradizionali di drenaggio, che continuano naturalmente ad avere una funzione fondamentale, ma affiancarle a una maggiore capacità del suolo urbano e delle infrastrutture verdi di partecipare alla gestione dell’acqua.
La questione riguarda la scala della città, ma può interessare anche l’architettura e la ristrutturazione quando il progetto comprende cortili, giardini, parcheggi, coperture, percorsi esterni o altre superfici oggi impermeabilizzate. È proprio questo passaggio tra strategia urbana e singolo intervento che trovo particolarmente interessante, perché dimostra come alcune grandi questioni ambientali possano tradursi anche in decisioni progettuali molto concrete.
Che cosa significa realmente “città spugna”
Il concetto di Sponge City ha assunto particolare rilevanza in Cina tra il 2013 e il 2014, quando è stato progressivamente inserito nelle politiche nazionali per affrontare i problemi derivanti dalla rapida urbanizzazione, dall’impermeabilizzazione dei suoli e dagli allagamenti urbani. Il principio è quello di restituire alla città una parte delle capacità proprie di un terreno naturale, permettendo all’acqua di essere assorbita, trattenuta, infiltrata, filtrata e successivamente restituita o riutilizzata, anziché convogliarla immediatamente verso le reti di scarico.
Questa impostazione si collega a esperienze internazionali sviluppate con denominazioni differenti, come Sustainable Urban Drainage Systems, Water Sensitive Urban Design, Low Impact Development e Blue-Green Infrastructure, oggi sempre più spesso ricondotte al quadro più ampio delle Nature Based Solutions, cioè soluzioni che utilizzano o riproducono processi naturali per aumentare la resilienza degli ambienti costruiti. La Commissione Europea definisce infatti le Nature Based Solutions come interventi ispirati e supportati dalla natura, capaci di produrre contemporaneamente benefici ambientali, sociali ed economici e di contribuire alla resilienza dei territori. Approfondimento della Commissione Europea sulle Nature Based Solutions
Quando si traduce questo principio in progetto, le soluzioni possono essere molto diverse: pavimentazioni permeabili, aree di bioritenzione, rain garden, fossati vegetati, bacini temporanei, coperture verdi, sistemi di raccolta delle acque meteoriche e interventi di de-impermeabilizzazione delle superfici esistenti. La scelta non dovrebbe però partire dalla soluzione in sé, ma dall’analisi del luogo, perché permeabilità del terreno, falda, pendenze, quantità di superficie impermeabile, intensità delle precipitazioni, capacità delle reti esistenti e possibilità di manutenzione determinano quale sistema possa realmente funzionare.
Città spugna Padova: il tema è già nella pianificazione della città
Nel caso di Padova il tema non è soltanto teorico. Il Piano Comunale del Verde dedica un intero capitolo alla “Città spugna” e affronta espressamente la gestione sostenibile delle acque meteoriche attraverso sistemi di drenaggio urbano sostenibile e Nature Based Solutions. Piano Comunale del Verde di Padova – capitolo “La città spugna”
Il documento parte da un problema molto concreto: l’aumento delle superfici impermeabili modifica profondamente il ciclo naturale dell’acqua, riducendo l’infiltrazione nel terreno e aumentando il deflusso superficiale, proprio mentre il cambiamento climatico tende a concentrare maggiormente gli eventi piovosi. Il Piano individua quindi un modello nel quale l’acqua viene gestita il più possibile vicino al luogo in cui cade, attraverso interventi distribuiti capaci di rallentare il deflusso, favorire l’infiltrazione, creare volumi temporanei di accumulo e contribuire contemporaneamente alla qualità degli spazi urbani.
Trovo particolarmente interessante che il Piano non si limiti a indicazioni generiche, ma riporti anche studi condotti nell’area padovana: vengono citate, ad esempio, sperimentazioni su rain garden e coperture verdi che mostrano la capacità di queste soluzioni di ridurre significativamente il deflusso delle acque meteoriche, pur con risultati variabili in funzione delle caratteristiche progettuali e dell’intensità degli eventi piovosi.
Questo è il punto che secondo me rende interessante parlare di città spugna Padova: non stiamo importando semplicemente un modello nato dall’altra parte del mondo, ma stiamo parlando di principi che sono già entrati nella riflessione urbanistica e ambientale locale.
De-impermeabilizzare: a volte il progetto comincia togliendo
Per molti decenni abbiamo considerato quasi automaticamente la pavimentazione completa di cortili, piazzali e parcheggi come un miglioramento, perché una superficie asfaltata o cementata appariva più ordinata, facilmente percorribile e semplice da mantenere. Oggi sappiamo però che la somma di migliaia di superfici impermeabili produce conseguenze importanti sul comportamento idraulico della città, perché l’acqua non trova più terreno attraverso il quale infiltrarsi e viene concentrata molto rapidamente nelle reti di raccolta.
Per questo motivo uno degli strumenti più interessanti è il depaving o desealing, cioè la rimozione, totale o parziale, delle superfici impermeabili per restituire permeabilità al terreno. Lo stesso Piano del Verde di Padova considera questa strategia tra le buone pratiche, indicando le pavimentazioni permeabili come particolarmente adatte a cortili, spiazzi, strade di accesso, parcheggi e percorsi pedonali o ciclabili. Buone pratiche del Piano Comunale del Verde di Padova
Non significa naturalmente che ogni cortile debba diventare un prato oppure che qualsiasi pavimentazione drenante possa essere posata senza verifiche, perché affinché il sistema funzioni è necessario che anche sotto la finitura esista una stratigrafia progettata correttamente e che terreno e sottosuolo abbiano caratteristiche compatibili con l’infiltrazione. È un esempio molto chiaro di come la sostenibilità non dipenda dal prodotto che scegliamo, ma dal modo in cui viene progettato l’intero sistema.
Rain garden e aree di bioritenzione: dare spazio all’acqua
Un’altra soluzione particolarmente interessante è rappresentata dai rain garden, piccole depressioni vegetate nelle quali viene indirizzata temporaneamente l’acqua proveniente da tetti o superfici impermeabili. Il loro obiettivo non è creare uno stagno permanente, ma rallentare il deflusso e permettere all’acqua di infiltrarsi gradualmente attraverso terreno e stratigrafie opportunamente progettate.
È una logica molto diversa rispetto a quella tradizionale della caditoia collegata direttamente alla rete: invece di far scomparire immediatamente l’acqua, le viene concesso temporaneamente uno spazio all’interno del progetto.
Questi sistemi possono trovare applicazione in aree pubbliche, parcheggi e grandi interventi di rigenerazione, ma in determinate condizioni possono essere valutati anche negli spazi esterni privati, soprattutto quando una ristrutturazione interessa contemporaneamente edificio e sistemazione del giardino. Naturalmente la soluzione deve essere dimensionata e verificata correttamente, tenendo conto di terreno, distanze dalle costruzioni, sottoservizi, pendenze e modalità di troppo pieno durante gli eventi più intensi.
Recuperare l’acqua piovana senza trasformarlo in uno slogan
Il principio della città spugna non riguarda soltanto l’infiltrazione, ma anche la possibilità di trattenere e riutilizzare una parte dell’acqua meteorica. In presenza di condizioni e dimensionamenti adeguati, l’acqua proveniente dalle coperture può essere raccolta e utilizzata, ad esempio, per l’irrigazione delle aree verdi, riducendo il ricorso all’acqua potabile per utilizzi che non la richiedono.
Anche in questo caso eviterei però di presentare il recupero dell’acqua piovana come una soluzione automaticamente conveniente in qualsiasi edificio. È necessario mettere in relazione superficie di raccolta, regime delle precipitazioni, volume dell’accumulo, fabbisogno previsto, spazio disponibile e manutenzione dell’impianto, perché un sistema sovradimensionato o scarsamente utilizzato rischia di essere più un gesto dimostrativo che una reale scelta ambientale.
È proprio questo tipo di valutazione che distingue, a mio avviso, una progettazione sostenibile dall’accumulo di dispositivi presentati come “green”.
Tetti verdi: una possibilità, non una ricetta
Le coperture verdi sono probabilmente uno degli elementi più immediatamente riconoscibili quando si parla di città spugna, perché possono trattenere temporaneamente una parte delle precipitazioni, rallentare il deflusso verso le reti e contribuire contemporaneamente alla biodiversità e al comportamento microclimatico dell’edificio.
Tuttavia, soprattutto quando si interviene sul patrimonio esistente, non considero corretto presentare il tetto verde come una soluzione applicabile automaticamente. Prima devono essere verificate struttura, carichi permanenti e accidentali, pendenze, impermeabilizzazione, possibilità di realizzare correttamente gli strati drenanti, accessibilità per la manutenzione ed eventuali vincoli edilizi, paesaggistici o storico-architettonici.
Questo aspetto diventa ancora più importante nel centro storico di Padova, dove la tutela dell’immagine dell’edificio e del paesaggio urbano può rendere alcune trasformazioni inappropriate o non ammissibili. L’architettura sostenibile non consiste nel sovrapporre indiscriminatamente tecnologie verdi agli edifici esistenti, ma nel capire quali strategie siano compatibili con le caratteristiche specifiche di ciascun manufatto.
È lo stesso principio che abbiamo approfondito parlando di bioarchitettura e materiali naturali nella ristrutturazione: il valore di una soluzione dipende dal progetto nel quale viene inserita e non semplicemente dall’etichetta “sostenibile” che le attribuiamo.
Il centro storico può partecipare alla città spugna?
Uno degli aspetti più interessanti del tema riguarda proprio gli edifici e i tessuti urbani consolidati, perché sarebbe relativamente semplice immaginare una città spugna soltanto all’interno di nuovi quartieri progettati da zero, mentre la vera difficoltà consiste nell’adattare progressivamente città già costruite.
Nel centro storico questo significa innanzitutto individuare le occasioni realistiche di intervento. Un cortile interno completamente cementato può, in determinate situazioni, essere ripensato aumentando la quota permeabile; un giardino esistente può essere progettato per gestire meglio le precipitazioni; l’acqua della copertura può eventualmente essere raccolta per l’irrigazione; superfici esterne da rifare possono diventare l’occasione per verificare sistemi di pavimentazione differenti.
Non significa trasformare ogni palazzo storico in un manifesto della sostenibilità, perché conservazione, vincoli e compatibilità costruttiva rimangono condizioni prioritarie, ma significa riconoscere che anche il patrimonio esistente può partecipare all’adattamento climatico attraverso interventi misurati, tecnicamente corretti e coerenti con il contesto.
Dalla scala urbana alla ristrutturazione privata
È importante però mantenere una corretta proporzione tra i diversi livelli del problema. Una singola ristrutturazione privata non trasforma Padova in una città spugna e non può sostituire gli interventi pubblici sulle infrastrutture, sui parchi, sulle strade, sui parcheggi e sulle reti idrauliche.
Ciò che può fare il progetto privato, quando interessa superfici esterne, è evitare di peggiorare inutilmente la situazione e, dove possibile, migliorare il comportamento dell’area. Se stiamo rifacendo completamente un cortile, progettando un giardino o intervenendo su una copertura, diventa sensato chiedersi quanta acqua stiamo trasformando in deflusso superficiale, dove viene indirizzata e se esiste un modo migliore per gestirla.
Questa domanda dovrebbe entrare progressivamente nel normale processo di progettazione, esattamente come oggi consideriamo isolamento, ombreggiamento, consumi energetici e comfort estivo.
Nel nostro approfondimento sulle tendenze architettoniche contemporanee e sulle scelte destinate a durare abbiamo sottolineato proprio come sostenibilità e resilienza abbiano smesso di essere semplici “tendenze” per diventare parametri permanenti del progetto.
Padova e l’adattamento al cambiamento climatico
Il tema della città spugna si inserisce in una strategia ambientale più ampia. Padova è stata selezionata nel 2022 tra le 100 città europee coinvolte nella Missione per le città climaticamente neutre e intelligenti entro il 2030 e il suo Climate City Contract ha ottenuto l’approvazione europea e la Mission Label nel 2025; nel febbraio 2026 il documento è stato inoltre approvato dal Consiglio Comunale. Padova 2030 e la Missione per la neutralità climatica
Neutralità climatica e adattamento non sono naturalmente la stessa cosa: la prima riguarda principalmente la riduzione delle emissioni, mentre la seconda riguarda la capacità della città di affrontare conseguenze climatiche che sono già in corso. Tuttavia i due temi devono procedere insieme, perché una città futura non dovrà soltanto consumare meno energia ma essere anche più capace di affrontare temperature elevate, precipitazioni concentrate e periodi di siccità.
Il Piano Comunale del Verde è particolarmente significativo proprio perché affronta esplicitamente questa seconda dimensione, mettendo in relazione infrastruttura verde, acqua, isola di calore, biodiversità e qualità dello spazio urbano.
Il consiglio dell’architetto: chiedersi prima di tutto dove va l’acqua
Quando un progetto di ristrutturazione interessa anche cortili, giardini, piazzali o altre superfici esterne, una delle domande che suggerisco di porsi fin dalle prime fasi è molto semplice: quando piove intensamente, dove va realmente quest’acqua?
La risposta permette spesso di comprendere immediatamente se stiamo progettando lo spazio esterno soltanto come una superficie da rivestire oppure come una parte dell’edificio che partecipa al suo funzionamento ambientale. Pendenze, superfici permeabili e impermeabili, vegetazione, raccolta dell’acqua e collegamenti alla rete dovrebbero essere pensati contemporaneamente, perché affrontarli separatamente significa spesso perdere l’occasione di costruire una soluzione più efficace.
Questo non significa inserire necessariamente un rain garden, una cisterna o una pavimentazione drenante in ogni progetto, ma valutare queste possibilità prima di escluderle e soprattutto evitare di impermeabilizzare nuove superfici senza chiedersi se sia realmente necessario.
Il Metodo Restauriamo Casa: sostenibilità significa scegliere ciò che serve
Anche all’interno del Metodo Restauriamo Casa, quando il progetto comprende elementi che possono incidere sulla gestione dell’acqua o sul comportamento ambientale dell’edificio, l’obiettivo non è aggiungere una serie di soluzioni “green”, ma capire quali interventi siano coerenti con l’immobile, con il contesto e con le esigenze del cliente.
Una pavimentazione permeabile deve funzionare insieme alla sua stratigrafia e al terreno sottostante; una copertura verde richiede verifiche strutturali e manutenzione; un sistema di recupero dell’acqua deve avere un utilizzo reale; un giardino di bioritenzione deve essere dimensionato correttamente. La sostenibilità non nasce dal numero di tecnologie inserite nel progetto, ma dalla qualità con cui ogni scelta viene motivata e coordinata con le altre.
È lo stesso approccio che utilizziamo nella ristrutturazione degli edifici esistenti: prima comprendere il problema e le caratteristiche dell’immobile, poi individuare gli interventi che producono un beneficio reale.
Città spugna Padova: una strategia fatta anche di piccoli cambiamenti
La città spugna non rappresenta una formula miracolosa per eliminare il rischio di allagamento e non sostituisce la necessità di adeguare e mantenere le infrastrutture idrauliche tradizionali. È piuttosto un modo differente di considerare l’acqua all’interno della città, riconoscendo che superfici, suolo, verde e costruzioni possono partecipare alla sua gestione invece di limitarsi a trasferirla il più rapidamente possibile altrove.
Il fatto che il Piano Comunale del Verde di Padova dedichi un capitolo specifico a questo tema dimostra che la questione è ormai entrata concretamente nella pianificazione della città e che il rapporto tra acqua e progetto urbano è destinato a diventare sempre più importante negli anni futuri.
Per noi architetti questo significa ampliare lo sguardo, perché progettare un edificio o ristrutturare uno spazio esterno non può più significare occuparsi soltanto di ciò che accade all’interno dei confini fisici dell’opera, ma richiede di comprenderne anche le relazioni con acqua, clima, vegetazione e contesto urbano.
La città spugna Padova si costruisce naturalmente attraverso grandi strategie pubbliche e interventi infrastrutturali, ma può essere accompagnata anche da migliaia di decisioni più piccole nelle quali si sceglie, semplicemente, di non impermeabilizzare dove non serve, di trattenere una parte dell’acqua dove è possibile e di restituire maggiore spazio al suolo e alla vegetazione.
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Per approfondire il rapporto tra sostenibilità, materiali e progetto degli edifici esistenti puoi leggere il nostro articolo dedicato alla bioarchitettura e ai materiali naturali che stanno tornando protagonisti, mentre nell’approfondimento sulle tendenze architettoniche e sulle nuove direzioni della ristrutturazione affrontiamo il tema della durabilità delle scelte, dell’efficienza energetica e della crescente attenzione verso soluzioni capaci di mantenere valore nel tempo.
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Se il tuo intervento comprende anche cortili, giardini, terrazze, coperture o altre superfici esterne, Restauriamo Casa può valutare questi elementi insieme al progetto architettonico complessivo, verificando quali soluzioni siano realmente compatibili con l’edificio, con le normative, con le condizioni del luogo e con le esigenze di utilizzo.
L’obiettivo non è trasformare ogni ristrutturazione in un progetto dimostrativo di sostenibilità, ma utilizzare il progetto per prendere decisioni più consapevoli e costruire interventi nei quali qualità architettonica, durabilità e attenzione ambientale possano procedere nella stessa direzione.
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